"Usare i trasporti pubblici? Per i disabili e' impossibile"

Martina Debbia alle prese con scalini e marciapiedi a Sassuolo, Modena e Reggio. La risposta di Tper e Regione alla pendolare: «Avvisa due giorni prima di partire».

MODENA. «I trasporti pubblici? Sembrano fatti apposta per lasciare a terra i passeggeri in carrozzina come me. Scalini e dislivelli per salire e scendere e le garanzie per aiutare i disabili sui treni regionali vengono regolarmente disapplicati nell’indifferenza generale». La bocca di Martina Debbia prende una piega amara quando deve commentare la sua esperienza di pendolare da Sassuolo verso Modena e Reggio con i mezzi di Seta o con i treni gestiti da Tper, l’agenzia ferroviaria della Regione Emilia Romagna. Di fatto, come le hanno spiegato con sussiego i funzionari a Bologna, se lei volesse spostarsi non dovrebbe fare altro che avvisare, con le dovute modalità certificate, la partenza con 48 ore di anticipo sull’orario previsto. «Una follia - commenta la diretta interessata - Che dovrei fare? Mettermi al telefono ogni giorno per avvisare i capistazione? Visto che ho fatto la pendolare da Sassuolo per anni, per ragioni di studio, avrei dovuto telefonare o mandare fax per cinque, sei giorni alla settimana? E come avrei fatto per il ritorno visto che all’università come al conservatorio gli orari delle lezioni sono elastici e i professori si regolano come vogliono? Se ho potuto fare il Conservatorio è perchè sono andata a Reggio, che è a poche centinaia di metri dalla stazione e nelle mie condizioni potevo arrivarci con l’autobus». In parole povere anche per il trasporto locale, fatto nella totalità di pendolari con tragitti fissi, Tper applica le regole del trasporto su lunga distanza come le ferrovie nazionali: preavviso di due giorni. Questo ha senso per chi si sposta per diletto una volta ogni tanto ed è fisicamente impedito. Di più: nelle stazioni maggiori, quelle dei capoluoghi di provincia, ci sono ascensori e personale dedicato che si attiva a richiesta. Ma chi deve fare spostamenti quotidiani si trova schiacciato da una norma assurda. Sulla carta, per legge, le barriere architettoniche, non dovrebbero esistere; così anche chi può spostarsi solo su una sedia a rotelle avrebbe il diritto di poter viaggiare sui mezzi pubblici come tutti gli altri. Nei fatti questo non avviene, a cominciare dalle strutture modenesi, come evidenzia la famiglia Debbia con le sue peripezie. E dire che Martina, 27 anni, una laurea in canto lirico come mezzosoprano, è un caso più unico che raro per il suo attaccamento ai servizi pubblici. Sin dalla nascita, per una paralisi cerebrale infantile che le ha procurato una diplegia spastica, la giovane cantante lirica ha dovuto imparare a muoversi nel mondo con mille precauzioni. La sua malattia le ha impedito di camminare per molti anni ma una ginnastica quotidiana, una forza di volontà d’acciaio e parecchi interventi chirurgici, le hanno permesso di mettere un passo davanti all’altro. Certo, ci sono i tutori alle caviglie, gli ausili, ma lei si considera una fortunata. «Per questo ho potuto prendere la corriera - dice raggiante - ho potuto arrampicarmi sui sostegni e salire i grad ini. Certo, prima dovevo piegare la carrozzina e farmela portare sopra, ma con l’aiuto degli altri ce l’ho sempre fatta». Anche per lei, come per tutti quelli nelle stesse condizioni, però è scattata la burocrazia asfissiante. Mentre prima bastava il possesso della tessera, adesso bisogna anche vidimarla. A ogni viaggio. «E io come faccio a muovermi avanti e indietro in una corriera affollata? Non resta che affidarmi al buon cuore di chi sale per i controlli» conclude. «Guardi qui - dice il padre Gabriele mentre spinge la carrozzina verso il bordo del marciapiede della stazione piccola di piazza Manzoni - Per scendere hanno tolto il gradino e buttato del cemento in terra. Più che uno scivolo sembra una rampa di lancio, la pendenza che dovrebbe essere del 4% per permettere al disabile di spingere le ruote qui è quattro, cinque volte superiore. E la carrozzina si pianta». Provare per credere. Il dislivello è tale che la pedana si blocca sull’asfalto mentre le ruote sono ancora in alto. Se non ci fosse qualcuno a spingerla, Martina non potrebbe più muoversi.

di Saverio Cioce

Fonte:
Gazzetta di Modena del 16-10-2016